AKHA AL BIVIO

 

Nel marzo del 2007 partecipai, insieme ad altri membri della ONG White Tara, a una spedizione in Thailandia con l’obiettivo di raccogliere materiale per un’indagine conoscitiva sulle condizioni di vita dei bambini Akha ospitati in alcune strutture assistenziali del nord del Paese.

Il gruppo era composto da un produttore, un cameraman, un medico e due fotografi. Durante il viaggio visitammo una di queste organizzazioni, la “Children of the Golden Triangle” (CGT), situata a Mae Suai, nel nord della provincia di Chiang Rai.

L’esperienza lasciò in tutti noi impressioni profonde ma contrastanti, soprattutto riguardo alla condizione dei bambini accolti nel campo di Mae Suai.

Gli Akha sono una popolazione di montagna distribuita tra Thailandia, Laos, Myanmar, Cina e Vietnam, con una popolazione che all’epoca superava i due milioni di persone. Nel corso della loro storia hanno dovuto affrontare difficoltà enormi, e la globalizzazione rappresenta soltanto l’ultima di una lunga serie di minacce alla loro identità culturale.

Per decenni, come molte popolazioni del cosiddetto “Triangolo d’Oro”, gli Akha sono stati coinvolti, spesso loro malgrado, nelle dinamiche economiche e politiche legate alla produzione di oppio nella regione.

In Thailandia, gran parte degli Akha vive in condizioni di apolidia: molti non possiedono documenti che attestino la cittadinanza thailandese. Questa situazione rende estremamente difficile accedere all’istruzione, trovare un lavoro regolare, acquistare terreni o compiere le più semplici attività quotidiane.

Un altro elemento cruciale riguarda la religione e le conseguenze dell’attività missionaria cristiana sulle giovani generazioni Akha. La domanda che emerge spontanea è se il cristianesimo possa realmente convivere con l’antica cultura animista e comunitaria di questo popolo, oppure se le due visioni del mondo finiscano inevitabilmente per escludersi a vicenda.

Negli ultimi anni, nel nord della Thailandia, è nato un numero crescente di organizzazioni non profit — spesso di ispirazione cristiana — che ospitano bambini Akha in strutture simili a collegi.

I genitori, generalmente piccoli agricoltori che vivono in villaggi remoti di montagna e in condizioni di estrema povertà, affidano loro i figli nella speranza che possano ricevere un’istruzione, imparare un mestiere e avere accesso a una vita considerata più moderna e dignitosa.

Ma questa separazione non è priva di conseguenze. Da un lato priva le famiglie di una forza lavoro fondamentale per la sopravvivenza quotidiana; dall’altro espone spesso i genitori alle pressioni e alle ritorsioni dei trafficanti legati alla coltivazione dell’oppio, che vedono diminuire la manodopera disponibile.

Il problema più grande emerge però quando questi ragazzi raggiungono l’età adulta. Terminato il percorso nei collegi, vengono reinseriti nella società sapendo leggere e scrivere e avendo acquisito competenze professionali, ma restano comunque privi di documenti e quindi senza un reale riconoscimento giuridico.

Si ritrovano così, di fatto, nelle stesse condizioni di marginalità da cui erano partiti, con una differenza sostanziale: nel frattempo hanno perduto gran parte della loro identità culturale, delle tradizioni e del legame con il mondo Akha.

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